giovedì 31 maggio 2018

DAL PROTO-ORGANISMO ALLA CELLULA. Seconda parte (la duplicazione cellulare e l'origine della mente)


Post n. 34


Origine della duplicazione cellulare, ovvero, perché gli organismi viventi fanno figli e più figli di quanti ne possano sopravvivere?
Nel post n. 13 abbiamo esaminato il problema ed eravamo arrivati alla conclusione che per gli organismi viventi dare origine ad una prole, e più prole di quanta ne possa sopravvivere, deve essere un istinto contenuto nella loro struttura biochimica. L’istinto a dare origine alla discendenza deve, quindi, necessariamente risalire alle proto-cellule e quindi all’origine della vita. Se le proto-cellule non avessero dato origine ad una discendenza, in un mondo ostile quale la Terra primordiale, sottoposte a infinite avversità casuali, esse prima o poi si sarebbero decomposte.
E allora: comparsa la prole appare la vita.
Ma come ha fatto la discendenza ad entrare nella struttura biochimica delle prime proto-cellule? Ovvero: come e perché ha avuto inizio la divisione proto-cellulare?
Abbandonata la cavità, l’ambiente che le proto-cellule hanno trovato ce lo descrive molto bene J. William Schopf, (post. N. 16): «Poiché la distanza Terra-Luna era minore, la Terra ruotava più rapidamente, le giornate erano più corte, le maree più imponenti e le tempeste più forti. I cieli erano di un caliginoso grigio acciaio, oscurati da tempeste di sabbia, nuvole vulcaniche e sottili detriti rocciosi sollevati dal bombardamento meteoritico. […] A causa della quasi totale assenza di ossigeno libero, l’ozono atmosferico (O3), capace di assorbire i raggi ultravioletti, era ancora scarso, e la superfice terrestre era immersa in una luce ultravioletta letale per le prime forme di vita. Gli organismi dovevano ancora imparare a fronteggiare questo ambiente ostile […]». Sicuramente, a causa di queste condizioni, la salinità, il pH, il contenuto di sostanze organiche contenute nell’argilla cambiavano continuamente e rendevano instabile l’equilibrio raggiunto dalla proto-cellula.   Inoltre, all’interno dei micro-ambienti delle masse argillose, forti micro-correnti di acqua potevano spazzarla via, la sopravvivenza della proto-cellula era a rischio.
Il caos dominava l’ambiente, era necessario risolvere il problema qui e ora.
Come abbiamo descritto altrove, l’omeostasi rimane una questione interna alla proto-cellula, essa non ha nessuna interazione diretta con l’ambiente esterno. Ma allora, come faceva l’omeostasi ad essere informata delle condizioni dell’ambiente circostante? Come abbiamo visto nel post n. 17 la membrana plasmatica, negli attuali organismi, è il centro dinamico della vita cellulare, dove le proteine della membrana svolgono un ruolo determinante anche nella divisione cellulare. Le proteine della membrana anche se ancora rudimentali dovevano già essere costituite da un testa a contatto con l’ambiente esterno, un corpo immerso nella membrana e una coda a contatto con l’ambiente interno. Sicuramente già allora, come oggi, furono tali proteine a informare l’omeostasi delle caotiche e letali condizioni dell’ambiente esterno e a spingere verso un cambiamento.
Ora, l’unico cambiamento possibile per la sopravvivenza della proto-cellula, era aumentare la propria massa, e l’omeostasi lo fa nell'unico modo in cui sa farlo: realizzare strutture e produrre entropia. L’omeostasi coopta nella proto-cellula amminoacidi, zuccheri, basi azotate dall'ambiente circostante e genera DNA, RNA e proteine. Ma questi polimeri generati da stampi e enzimi esistenti sono le copie dei polimeri già presenti che, per non dare origine a inutili sovrapposizioni di ruoli, l’omeostasi confina le copie in una parte della proto-cellula. L’aumento della massa sembra dare maggiore resistenza alla proto-cellula, ma causa un aumento del volume e quindi della superficie della membrana. Per la sopravvivenza della proto-cellula, l’omeostasi deve quindi sintetizzare anche proteine di membrana e quest’ultima prelevare dall'ambiente e associare, tramite le code idrofobiche, altre molecole di fosfolipidi per la sua crescita. L’aumento di volume della proto-cellula mette sotto tensione la membrana. Ora, è stato dimostrato sperimentalmente, che l’aggiunta di derivati lipidici o surfattanti a vescicole preesistenti provoca dapprima una crescita delle vescicole e poi la loro divisione spontanea. Possiamo allora immaginare che l’aumento della massa e del volume della proto-cellula abbia dato iniziato al distacco della parte contenente le copie.
  


Per non disperdere il contenuto della copia, la proto-cellula adatta alcuni enzimi a guidare la separazione e a tenersi incollata la parte che si è separata. Quindi i geni per la sintesi degli enzimi necessari alla divisione proto-cellulare sono già presenti nel DNA, e poiché sono fondamentali per la sopravvivenza della proto-cellula l’omeostasi li utilizzerà principalmente a questo scopo.
La proto-cellula è diventata cellula.
La comparsa, attraverso l’omeostasi, delle proteine per la divisione cellulare deve essere stata, all'interno delle due cellule, il segnale per la replicazione del DNA, che portò le cellule figlie ad avere lo stesso genoma.
Come per le vescicole cui vengono aggiunte derivati lipidici, la divisione proto-cellulare è stata termodinamicamente favorita. Per mantenere il loro equilibrio interno, per la propria sopravvivenza, le due cellule danno origine a quattro, a otto cellule e così via fino a creare una colonia. La colonia di cellule occupa il microambiente e dà origine ad una omeostasi dell’intera colonia che controlla i parametri del microambiente e mantiene al suo interno l’equilibrio termodinamico.
Le proteine di membrana delle cellule interne alla colonia, comunicano alla propria omeostasi il miglioramento dei parametri ambientali al loro intorno, e quindi una maggior probabilità di sopravvivenza. Ma le proteine di membrana delle cellule esterne della colonia comunicano il rischio della loro posizione e alcune vengono addirittura spazzate via o distrutte dall'ambiente circostante ostile. L’omeostasi della colonia, deputata alla sopravvivenza delle cellule, preleva dall'ambiente il materiale necessario per la divisione cellulare. Tale divisione deve, però, dare origine a più cellule del necessario, cioè più individui di quanti ne possano sopravvivere perché molte di esse non sopravvivranno alle avversità dell’ambiente.
La singola cellula attraverso l’omeostasi mantiene l’equilibrio al suo interno, l’omeostasi della colonia di cellule e successivamente l’omeostasi di gruppo o della specie mantiene in equilibrio l’ambiente circostante.
Ma se la divisione cellulare è già contenuta nel DNA, chi decide di attivare i geni per produrre prole e più prole di quanti ne possano sopravvivere?
È l’omeostasi che, deputata alla sopravvivenza, per mantenere in equilibrio l’ambiente circostante, attiva i geni e definisce il numero dei discendenti degli organismi viventi, in funzione del nutrimento a disposizione, dell’omeostasi della colonia, del gruppo o della specie e delle condizioni ambientali o più in generale in funzione dell’omeostasi dell’ecosistema. Se queste condizioni non cambiano il numero dei discendenti così definito può rimanere pressappoco invariato per migliaia o milioni di anni.
Tutti gli organismi viventi derivano da queste cellule primordiali e quindi tutti gli organismi viventi contengono nella loro struttura biochimica, nel loro genoma, il tratto ancestrale della discendenza ma devono misurarsi con l’ambiente circostante (o se volete: la prole è genetica, quanta prole è epigenetica).
E allora perché nel genoma degli organismi viventi è contenuto l’istinto alla discendenza? Per mantenere in equilibrio l’ambiente circostante necessario alla propria sopravvivenza. Esplicitamente, sotto il controllo di un’omeostasi di gruppo o della specie e delle condizioni ambientali, gli organismi viventi per sopravvivere fanno figli e i figli per la propria sopravvivenza continuano a fare figli.
Nella specie umana l’evoluzione culturale ha apportato qualche variazione al tema, ma non più di tanto. Immaginate una città che chiameremo A e una sua copia perfetta che chiameremo B. Ora, mentre nella prima città si continua a fare figli e molti abitanti possono raggiungere una veneranda età, nella seconda città gli abitanti, per esercitare un risparmio, decidono di non fare più figli. Cosa accadrà nella città B. Si rompe l’equilibrio ambientale. Per fare qualche esempio, guardando solo gli aspetti economici, negli ospedali si chiudono i reparti di neo-natalità, il commercio dei prodotti per l’infanzia scomparirà e gli asili nido chiuderanno. Gli abitanti presto lotteranno per accaparrarsi le risorse disponibili, si scatenerà una guerra civile e nessuno raggiungerà venerande età perché la città non sopravvivrà più di qualche anno.
Riprodursi per la propria sopravvivenza.
La divisione cellulare e l’origine della mente.
Prima di entrare nel merito è forse utile richiamare che nei post n. 14 e 15 eravamo arrivati alla conclusione che anche i microorganismi, oltre agli organismi pluricellulari, hanno: memoria, dirigono e risolvono problemi pratici, sanno orientarsi nello spazio ed hanno comportamenti “apparentemente” intelligenti.
In definitiva, tutti gli organismi viventi, anche se non dotati di cervello, sono in possesso di un equipaggiamento cognitivo di base per la sopravvivenza, cioè sono in possesso di una mente che emerge in situazioni di conflitto.
Quest’idea comincia a farsi strada anche tra i neuro-scienziati. Già Antonio Damasio in “Il sé viene alla mente” 2012 attribuisce alla singola cellula concetti di desideri, volontà, intenzioni e scopi che noi associamo alla mente umana. Shimon Edelman in “La felicità della ricerca” 2013, va oltre affermando che le cellule di lievito per la procreazione, per individuare il partner, sviluppano una proiezione e sono spinti da una mente semplice.
Ora, se tutti gli organismi viventi sono in possesso di una mente, e tutti gli organismi viventi discendono da cellule primordiali, allora la mente deve essere apparsa fin dalle origini della vita, cioè fin dalle prime cellule.
Allora, immaginiamo due proto-cellule appena uscite dalle rispettive cavità con la loro membrana contenente una rudimentale rete di proteine di superfice. Queste ultime raccolgono i dati delle terribili condizioni della terra primordiale dove il caos era padrone assoluto dell’ambiente. Inoltre, in un ambiente caotico la salinità, il pH, la temperatura, la presenza di sostanze nocive e altri parametri cambiano in continuazione e l’omeostasi riceve informazioni contraddittorie. In queste caotiche condizioni, le due proto-cellule si trovano in una situazione di conflitto: cambiare o resistere al caos. Per la sopravvivenza della proto-cellula tale conflitto può essere risolto con schemi logici, cioè con l’emergere della mente. La prima proto-cellula decide di resistere al caos, ma di essa non è rimasta traccia. La seconda proto-cellula decide di cambiare, anche senza conoscere l’esito finale, e la proto-cellula inizia la divisione cellulare. Quindi la mente appare con le prime cellule ed è responsabile della divisione cellulare.
Ma da dove emerge la mente?
Nel post n. 17 abbiamo visto che se un batterio riceve, contemporaneamente, uno stimolo che gli comunica la presenza di un repellente e uno stimolo che gli comunica la presenza di un nutriente, la “decisione” come scrive Adler dipende dalle concentrazioni. Allora indichiamo con N il nutriente cioè la sostanza di richiamo e con R il repellente. Il batterio sembra agire in questo modo: raccoglie i dati dall'ambiente circostante e, se la concentrazione del nutriente è maggiore del repellente allora vai verso il nutriente, cioè: se N > R allora …. Il batterio risolve una situazione di conflitto per mezzo di uno schema logico. Se la situazione di conflitto contiene due informazioni sensoriali, come soluzione fredda e sostanza di richiamo, il batterio deve integrare schemi logici correlati. Infatti il batterio, deve innanzitutto valutare quanto fredda è la soluzione, deve successivamente valutare quanto essa è concentrata, deve integrare i dati e prendere una “decisione”. Ma questi dati, in ogni istante, vengono raccolti e integrati dalla rete della proteine di membrana e sono queste proteine che devono prendere la “decisione”.
Queste reti proteiche si trovano nella membrana cellulare di tutti gli organismi viventi e come scrivono, Maurine E. Linder e Alfred G. Gilman in “Le Scienze” Settembre 1992, giocano un ruolo chiave nella contrazione muscolare e nei processi cognitivi degli esseri umani. E allora, poiché tutti gli organismi viventi derivano da cellule primordiali, la mente emerge, oggi come allora, dalla rete delle proteine di membrana quando l’organismo si trova di fronte un problema.
Ma cosa è veramente la mente?
Un’ipotesi ingenua.
Abbiamo scritto sopra che furono le proteine della membrana, anche se ancora rudimentali, a informare l’omeostasi delle caotiche e letali condizioni dell’ambiente esterno e a spingere al cambiamento. La proto-cellula attraverso l’omeostasi aumenta la propria massa, e lo fa nell’unico modo in cui sa farlo: realizzare strutture e produrre entropia.
Ma cosa dobbiamo intendere con il termine informare l’omeostasi e con “spingere al cambiamento” che ha avuto come conseguenza la duplicazione cellulare?
Ripartiamo dalla definizione di omeostasi. L’omeostasi è un processo chimico-fisico di autoregolazione, definito come la risposta del campo elettromagnetico interno e intorno all’entità rispetto a cambiamenti dell’ambiente esterno e del mezzo interno. L’omeostasi, attraverso reazioni chimiche e cicli di retroazione, tende a preservare l’equilibrio del proto-organismo.
Nella prima parte dell’articolo abbiamo supposto che all’interno del proto-organismo, divenuto con la membrana proto-cellula, operano dei sotto-insiemi, ciascuno con un proprio campo elettromagnetico ed una omeostasi di sotto-insieme.
Allora, immaginiamo che all'interno di un sotto-insieme una proteina si decompone. Come conseguenza di tale decomposizione il sotto-insieme non è più in equilibrio e presenta un diverso campo elettromagnetico. Quest’ultimo spinge il campo elettromagnetico del sotto-insieme DNA-proteine a esprimere il gene specifico, cioè l’RNA per la proteina che si è decomposta. Il campo elettromagnetico dell’RNA sintetizzato aziona il campo elettromagnetico del sotto insieme tRNA-Ribosoma che sintetizza la proteina. La proteina sintetizzata rientra nel primo sotto-insieme e con il suo campo elettromagnetico lo riporta in equilibrio. Siamo in presenza, quindi, di un effetto domino, di una rete di sotto-insiemi interdipendenti i cui campi elettromagnetici si autoregolano, necessariamente in coordinazione sinergica con il campo elettromagnetico del proto-cellula che regola l’equilibrio dell’insieme.
Quindi, ad azionare reazioni chimiche e cicli di retroazione, cioè l’omeostasi, sono variazioni di campi elettromagnetici. Allora, se ad un certo istante l’omeostasi aziona il gene specifico per la sintesi delle proteine per la divisione cellulare, vuol dire che ha ricevuto un segnale elettromagnetico.  Ma se abbiamo detto che fu l’emergere della mente a dare origine alla divisione cellulare, allora la mente è un campo elettromagnetico.
Ma come si origina questo campo elettromagnetico?
Come abbiamo visto nell'articolo precedente tutti i componenti della proto-cellula venivano tenuti all'interno di una membrana legata al campo elettromagnetico intorno al proto-organismo (in rosso nell'immagine). 


Questo campo, pur essendo ormai all'interno della proto-cellula, lo continueremo a chiamare campo elettromagnetico intorno al proto-organismo per non confonderlo con altri campi. Se immaginiamo che il sistema è in equilibrio, il campo intorno al proto-organismo deve, logicamente, presentare una sua omogeneità.
Nella membrana sono immerse le proteine di membrana. Ciascuna di queste proteine, come conseguenza dei legami dei suoi atomi, ha un suo campo elettromagnetico specifico alla propria conformazione. La parte della proteina di membrana immersa nell’ambiente esterno, cioè le teste delle proteine, raccoglievano i dati sulle condizioni ambientali. Ma poiché le condizioni ambientali erano caotiche, i dati raccolti da una singola proteina erano sicuramente differenti e discordanti da quelli raccolti da altre proteine. Trasferire i dati di ogni singola proteina direttamente all’omeostasi non avrebbe avuto nessuna influenza perché essa non può reagire a dati contraddittori. Quindi, i dati raccolti da una singola proteina, prima di essere trasmesse all’interno della cellula, all’omeostasi, devono essere integrati con i dati raccolti da tutte le numerose proteine della membrana ed elaborati. Questo porta alla conclusione che le proteine di membrana devono necessariamente essere contenute in una rete proteica. Poiché ogni proteina ha un suo campo elettromagnetico, le teste e le code delle proteine di tutta la rete proteica danno origine, probabilmente, a campi elettromagnetici uno esterno e uno interno, situati a distanza molecolare dalla membrana. Questi campi sono, inizialmente disomogenei. Il campo elettromagnetico esterno (dall’azzurro al viola) integra ed elabora i dati ambientali raccolti dalla rete delle proteine di membrana, assume una sua omogeneità e attraverso il corpo delle proteine immerso nella membrana sincronizza le code delle proteine. Appena le code delle proteine sono sincronizzate, il campo elettromagnetico interno diventa anch’esso omogeneo. Si aprono qui due sole possibilità: il campo elettromagnetico omogeneo interno (in viola) è congruente con il campo elettromagnetico intorno al proto-organismo (sempre in rosso);


il campo elettromagnetico omogeneo interno è incongruente con il campo elettromagnetico intorno al proto-organismo (le frecce in rosso rappresentano, nelle due immagini, le linee di campo).

Ritorniamo alle due proto-cellule. Nella prima proto-cellula oltre la metà dei dati raccolti porta il campo elettromagnetico esterno e il campo interno ad essere congruenti con il campo intorno al proto-organismo, non avviene nessun cambiamento e di essa non è rimasta traccia. Nella seconda proto-cellula oltre la metà dei dati raccolti porta il campo elettromagnetico esterno e il campo interno ad essere incongruenti con il campo intorno al proto-organismo. Ed è questo il
campo elettromagnetico che mette in azione l’omeostasi. Q   uesto è il segnale elettromagnetico che ha spinto la proto-cellula al cambiamento, ad inizia la divisione cellulare. E allora, qui è la sede della mente. E se l’elaborazione dei dati porta più o meno a metà strada, come fa la mente a scegliere? La decisione sarà lasciata al caso o, poiché siamo all'interno della mente, se volete, al libero arbitrio.
D’altra parte, cosa vuol dire integrare ed elaborare i dati? Significa contare (nel senso che ogni urto cambia la conformazione di una proteina e quindi aggiunge qualcosa in più al campo elettromagnetico esistente), valutare le intensità relative dei parametri (temperatura, pH, ecc.), valutare quanto una sostanza può essere utile o nociva e infine sommarli per dare una risposta; cioè elaborare quantità e qualità, questo è lo schema.
Allora, ritorniamo al nostro batterio che riceve due informazioni sensoriali come, una sostanza di forte richiamo (quantità) in una soluzione molto fredda (qualità). Se l'informazione quantitativa è di molto superiore all'informazione qualitativa il batterio si dirige verso la sostanza di richiamo e noi probabilmente troviamo il batterio morto.
Ma negli umani chi elabora i questi dati? La mente
E allora, il campo elettromagnetico esterno, generato dalla rete delle proteine di membrana e localizzato a distanza molecolare dalla membrana è probabilmente la sede della mente nelle cellule. Essa emerge dal corpo e agisce sul corpo. Ora, se tutti gli organismi viventi sono in possesso di una mente, e tutti gli organismi viventi discendono da cellule primordiali, allora la mente deve essere apparsa fin dalle origini della vita. Quindi la mente appare con le prime cellule e incide sulla riproduzione per la sopravvivenza dell’organismo in un mondo dominato dal caos.
Già, un’ipotesi ingenua, ma quanto ingenua?
Come fa un’idea a muovere la materia? Cos’è esattamente la consapevolezza e come interagisce con la materia del cervello per farci muovere le braccia le gambe o la lingua? Sono queste le domande che si sono poste Jim Al-Khalili e Johnjoe McFadden in “La fisica della vita” 2015 nel capitolo: La mente. Essi hanno analizzato la meccanica del pensiero, dagli stimoli sensoriali ai nervi ai muscoli, e messo in evidenza come le porte logiche di un computer sono abbastanza simili ai neuroni. Si sono quindi chiesti come mai i computer su reti complesse, come il web non danno segnali di consapevolezza. Forse il web non ha raggiunto la complessità delle “interconnessioni” delle cellule cerebrali, oppure la coscienza è basata su un diverso tipo di informatica?
Nel 1989 il matematico Roger Penrose propose l’idea che la coscienza fosse un fenomeno di correlazione quantistica. Gli autori dopo aver messo in evidenza come tale idea non sia sostenibile, in riferimento ai canali ionici dei neuroni scrivono: «Allora, se non può essere la correlazione a collegare l’informazione a livello quantistico nei canali ionici, c’è magari qualcos'altro che lo potrebbe fare? Forse sì. I canali ionici regolati dal voltaggio sono sensibili (ovviamente) al voltaggio: è quello che apre e chiude i canali. Il voltaggio è solo una misura del gradiente di un campo elettrico, ma l’intero volume del cervello è immerso nel suo campo elettromagnetico, generato dall'attività elettrica di tutti i suoi nervi. Questo è il campo che viene rilevato in ogni elettroencefalogramma e una sola occhiata ai grafici che risultano da questi esami vi darà un’idea di quanto sia complesso e ricco di informazioni. Gran parte dei neuro scienziati ha ignorato il ruolo che il campo elettromagnetico potrebbe avere nei calcoli cerebrali, perché si è sempre postulato che sia un po’ come il fischio di un treno: un prodotto dell’attività cerebrale, ma di nessun impatto sulla sua attività. Tuttavia, diversi scienziati, tra cui Johnioe, hanno recentemente iniziato a considerare l’idea che spostare la coscienza dalle particelle discrete di materia al campo elettromagnetico possa risolvere il problema del collegamento, e rivelare sito della coscienza. […] Nel XIX secolo James Clark Maxwell scopri che l’elettricità e il magnetismo sono due aspetti dello stesso fenomeno, l’elettromagnetismo, quindi ci riferiamo a entrambi con il nome di “campo elettromagnetico”. L’equazione di Einstein E=mc2 con l’energia al primo membro e la massa al secondo, dimostra, com’è noto, che l’energia e la materia sono intercambiabili. Quindi il campo elettromagnetico del cervello (il primo membro dell’equazione di Einstein) è tanto reale quanto la materia dei suoi neuroni; e siccome è generato dall’attivazione dei neuroni, codifica esattamente la stessa informazione degli schemi di attivazione neuronale nel cervello. Però, mentre l’informazione neuronale rimane intrappolata nei neuroni, l’attività elettrica generata dalla loro attivazione codifica tutta l’informazione nel campo elettromagnetico del cervello. E questo potrebbe risolvere il problema del collegamento. […] Quando le teorie della coscienza basate sul campo elettromagnetico furono presentate per la prima volta, all’inizio di questo secolo, non c’erano prove dirette che il campo generato dal cervello potesse influenzare gli schemi di attivazione dei nervi per dare luogo ai nostri pensieri e alle nostre azioni. Però, esperimenti eseguiti in diversi laboratori hanno recentemente di mostrato che un campo elettromagnetico esterno, di struttura e intensità simili a quello del cervello, riesce in effetti a influenzare l’attivazione dei nervi. Il campo sembra riuscire a coordinare l’attività dei nervi: sincronizza neuroni diversi, che quindi si attivano insieme. I risultati degli esperimenti suggeriscono che il campo elettromagnetico del cervello, generato attivazione dei nervi, influenzi l’attivazione stessa, generando una sorta di circolo auto-referenziale che molti teorici considerano una componente essenziale della coscienza. La sincronizzazione dell’attivazione dei nervi da parte del campo elettromagnetico è molto significativa, perché è una delle poche caratteristiche dell’attività nervosa nota per essere in relazione con la coscienza. Tutti abbiamo cercato un oggetto che si trovava in bella vista, come ad esempio degli occhiali, per poi trovarlo in mezzo a una confusione di altre cose. Mentre guardavamo quella confusione, l’informazione visiva che codifica l’oggetto viaggiava verso il nostro cervello, attraverso gli occhi, ma in qualche modo noi non vedevamo quello che stavamo cercando: non ne eravamo consapevoli. Poi, all’improvviso, lo vediamo. Cosa cambia nel cervello tra il momento in cui non siamo ancora coscienti dell’oggetto e il momento ii cui lo diventiamo? Stranamente, l’attivazione neurale in sé non sembra diversa: gli stessi neuroni si attivano in entrambi i casi. Ma, quando non vediamo gli occhiali, i neuroni si attivano in modo asincrono, e quando ne diventiamo coscienti lo fanno in modo sincrono. Il campo elettromagnetico, che concentra tutti quei canali ionici coerenti in diverse parti del cervello per attivare i neuroni in modo sincronizzato, potrebbe giocare un ruolo in questa transizione tra il pensiero non cosciente e quello cosciente».
Quindi, nei sistemi semplici la mente sincronizza proteine, nei sistemi complessi la mente sincronizza neuroni. E se tutti gli organismi viventi discendono dalle prime cellule allora lo schema quantità-qualità sicuramente si è evoluto ma certamente non è cambiato.
In definitiva all'interno della nicchia, ben protetto, al porto-organismo era sufficiente una rudimentale omeostasi. Ma tutto ciò non fu più sufficiente quando il proto-organismo divenuto proto-cellula si trovò in campo aperto. Nel caos della terra primordiale per risolvere problemi di sopravvivenza e i conflitti generati dal caos erano necessari, qui e ora, schemi logici, cioè la comparsa di una mente anche se semplice.  La mente è, probabilmente, un campo elettromagnetico dove i dati, raccolti dall'ambiente circostante vengono integrati ed elaborati. Duplicazione cellulare e mente sono quindi interconnesse e sono emerse per la sopravvivenza degli organismi.
La vita può iniziare e con essa la selezione naturale. 

                                                                                    Giovanni Occhipinti

Cari lettori
In questi anni abbiamo affrontato tutte le problematiche riguardanti l’origine della vita, e con questo 34° post questo lungo percorso è concluso. Rimangono da trattare alcuni argomenti che potremmo definire di “appendice” ma non meno importanti. Ve ne anticipo i titolo ma l’elenco può non essere definitivo e non rispecchia l’ordine di pubblicazione:

Equilibrio termodinamico e stato stazionario ovvero: Come scrive Lovelock, un cavallo immobile è in uno stato stazionario perché attivamente mantiene la propria posizione?

Secondo Freeman J. Dyson i meccanismi omeostatici hanno una tendenza generale a diventare più complicati anziché più semplici. Allora, i sistemi più sono complessi e più sono stabili?

Come si esplica l’informazione omeostatica ai vari livelli?

Se in epoca prebiotica i diversi tipi di amminoacidi non erano equamente distribuiti sulla superficie della terra, vuol dire che le prime cellule erano costituite da amminoacidi diversi. Come è stato possibile che gli attuali organismi viventi utilizzano tutti gli stessi amminoacidi?

Quando la pubblicazione del 1° post dell’appendice? Iniziano le vacanze e quindi non prima di ottobre. Buone vacanze a tutti






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