lunedì 31 maggio 2021

LA VITA, LE ESTINZIONI DI MASSA, L’ANTROPOCENE: 5a parte (L’Antropocene, la sesta estinzione?)


Post n. 44

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1° parte etichetta Zg, 2° parte etichetta Zh, 3° parte etichetta Zi. 4° parte etichetta Zl

 

Con la scomparsa dei dinosauri, 65 milioni di anni fa, inizia l’era dei mammiferi. Come i rettili, per garantirsi la sopravvivenza, da piccoli animali alcuni evolvono lentamente verso il gigantismo e intorno a 30 milioni di anni fa appaiono i mastodonti. Nello stesso periodo tra i primati apparvero le scimmie antropomorfe, animali onnivori che vivevano principalmente sugli alberi ma camminavano anche su quattro zampe. Quando erano a terra su quattro zampe vedevano più un mondo bidimensionale con la terza dimensione abbastanza ridotta e nella savana avevano una visione molto limitata. Sugli alberi sicuramente avevano un visione più ampia ma si riducevano le dimensioni di prede e predatori, non proprio l’ideale per la sopravvivenza. Ma intorno a cinque milioni di anni fa, da una ramificazione dei primati, almeno uno si sollevò sulle due zampe posteriori e vide e comprese un mondo diverso, un modo reale, un mondo in 3D più utile per la sopravvivenza.

I primi ominidi, progenitori dell’uomo, comparvero circa 4,5 milioni di anni fa, l’Australopithecus. Circa 2 milioni di anni fa comparve l’Homo abilis, capace di produrre utensili di pietra e 1,8 milioni di anni fa comparve l’Homo erectus che imparò ad utilizzare il fuoco. L’Homo Neanderthalensis 200.000 anni fa, sviluppò sentimenti sociali e seppelliva i morti. Intorno a 80000 anni fa comparve l’Homo sapiens che sviluppò il senso artistico e la capacità di astrazione, e subito dopo l’Homo sapiens sapiens, l’uomo moderno, l’Homo Sapiens 2.0. Durante il Pleistocene, l’epoca delle glaciazioni dove il livello dei mari, fino a 18000 anni fa, era sceso di 120m rispetto al livello attuale, l’uomo viveva di caccia e pesca. Con la fine delle glaciazioni inizia l’epoca dell’Olocene che comprende gli ultimi 11700 anni, con un clima piacevolmente mite. Il livello dei mari lentamente si rialzò e circa 5000-6000 anni fa raggiunsero quasi il livello attuale. Intorno a 10000 anni fa, l’uomo passa all’agricoltura e all’allevamento, e 4500 anni fa compaiono le prime grandi città del Medioriente e in Egitto. Con fasi di decadenza e crescita le città furono e sono le protagoniste della storia umana. Ma negli ultimi tempi la crescita demografica che ha portato la popolazione mondiale a raggiungere i 7,5 miliardi, le attività umane e la vertiginosa espansione delle città, con un maggior bisogno di energia proveniente principalmente da combustibili fossili, di cibo e di acqua, stanno alterando velocemente l’equilibrio chimico-fisico del nostro pianeta. Queste alterazioni lasciano tracce indelebili nei tempi geologici e per questo che secondo molti scienziati è iniziata una nuova epoca, l’epoca dell’uomo: l’Antropocene, cioè un’epoca della storia della terra caratterizzata dalla presenza dell’uomo.

Ma siamo veramente in un’epoca che possiamo chiamare Antropocene?

In realtà non dovremmo essere noi a stabilire se la nostra presenza sul pianeta ha dato origine ad un’epoca geologica, ma geologi e paleontologi del lontano futuro. Ciò che noi possiamo fare è immaginare che la nostra civiltà domani scompaia, immaginare ciò che resta di noi nei depositi sedimentari e come fossili in modo che una nuova civiltà, tra 10000 o 100000 anni o milioni di anni, analizzando depositi sedimentari e fossili, trovando prove della nostra presenza possa dire: qualcuno era già qui.

Sugli effetti delle attività umane sul nostro pianeta esiste una sterminata letteratura composta da saggi ma soprattutto di articoli scientifici che parlano di cambiamenti climatici, inquinamento atmosferico, perdita di habitat, estinzione di specie. È una letteratura frammentaria che tratta singoli argomenti di avvenimenti moderni, di secoli o di millenni passati. Ma per non perdere il quadro generale forse è utile ripercorre la storia dell’Homo sapiens 2.0 ovvero l’Homo con tutte le caratteristiche dell’uomo moderno. E allora, partiamo dai dati e dalle conclusioni di questo percorso tratti al saggio “Il pianeta umano” di Simon L. Lewis e Mark A. Maslin convinti sostenitori dell’Antropocene.

Partì dall’Africa intorno a 50000 anni fa e 40000 mila anni fa aveva invaso tutto il pianeta. A quell’epoca in tutti i continenti viveva una popolazione di grandi animali, chiamata megafauna: castori giganti di oltre 40 Kg e bradipi giganti, mammut e mastodonte americano. L’uomo ha iniziato subito a cacciare questi animali e diventò un superpredatore mondiale perché aveva ormai la capacità di pianificare, coordinare e adattare le strategie in funzione della preda. Questa megafauna si è estinta e dai reperti fossili sappiamo che l’estinzione è iniziata 50000 anni fa in coincidenza della diffusione dei nostri antenati. Secondo Paul Martin dell’università dell’Arizona che elaborò la “ipotesi di sovracaccia del Pleistocene” fu l’uomo a causare l’estinzione della megafauna. Poiché in quel periodo iniziava la fine dell’ultima glaciazione, molti ricercatori addebitarono ai cambiamenti climatici della deglaciazione la scomparsa della megafauna. Ma tra 15000 e 10000 anni fa l’epoca glaciale era finita, il clima si era stabilizzato e la megafauna era sopravvissuta sia in America del nord che in America del sud. L’uomo arriva nelle Americhe 15000 anni fa e dopo qualche migliaio di anni la megafauna scompare. «Prendiamo l’esempio del mammut lanuto, che alla fine dell’ultima glaciazione, o era glaciale, circa 10000 anni fa, era quasi estinto. L’eccezione era costituita da una popolazione di qualche centinaio di mammut sull’isola di Wrangel, a circa 140 Km a nord-est della costa siberiana orientale. Anche in questo caso, gli esseri umani erano assenti e i mammut presenti. L’innalzamento dei livelli del mare creò l’isola e ne protesse i mammut dai cacciatori umani per circa 6000 anni. Quando gli esseri umani sbarcarono sull’isola, 4000 anni fa, il mammut lanoso si estinse.

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Le zanne trovate sull’isola hanno fornito materiale genetico e prove del fatto che l’estinzione non fu causata né dalle piccole dimensioni della popolazione né dall’inincrocio. Quasi certamente, i colpevoli furono gli esseri umani appena arrivati. In definitiva per ciò che riguarda la megafauna, usando approssimazioni del numero di animali che vivevano in ciascuno di questi habitat, possiamo stimare che i pochi milioni di persone esistenti alla fine del Pleistocene, incredibilmente, uccisero un miliardo di animali di grossa taglia».  Come prova all’ipotesi di sovracaccia di Martin possiamo aggiungere la scomparsa dell’uccello bianco mansueto il “solitario di Rodrigues” e del dodo, incapaci di volare, e della foca monaca caraibica che coincise con l’arrivo del marinai europei che ne apprezzarono la carne.

La scomparsa della megafauna sconvolse anche l’ecosistema. «Essendo costituita da animali di grossa taglia, la megafauna modella gli ecosistemi. Questi animali modificano la vegetazione spezzandola e calpestandola e consumandola in grandi quantità. Ciò favorisce la crescita di prati. […] La presenza di megafauna erbivora di solito impedisce che predominino le foreste o le zone densamente boscose, producendo un aumento complessivo della biodiversità locale e regionale. […] La scarsità di megafauna durante l‘attuale interglaciale significa che il paesaggio è dominato dalla tundra di muschio, a bassa diversità, dalla tundra arbustiva e dalle foreste. L’assenza di megafauna può ristrutturare interi ecosistemi».

L’Homo sapiens portò quindi all’estinzione la megafauna sulle terre emerse, modificò l’ambiente ma non diede origine a nessuna estinzione di massa, nulla di paragonabile alle grandi estinzioni di massa della terra. Intanto che la megafauna diminuiva l’uomo ha dovuto inventarsi nuovi modi per sopravvivere: nasce l’agricoltura

«La Terra ha attraversato più di cinquanta cicli glaciale-interglaciale negli ultimi 2,6 milioni di anni, ciascuno dei quali ha prodotto un effetto profondo sul sistema Terra, anche sul clima. Al culmine dell’ultima era glaciale, appena 21000 anni fa, l’America del Nord era attraversata da uno strato di ghiaccio quasi ininterrotto dalle coste del Pacifico a quelle dell’Atlantico. Nella regione in cui era più profondo, sopra la baia di Hudson, il ghiaccio aveva uno spessore di più di 3 km e si estendeva verso sud fino a New York e a Cincinnati».

 

DigiLands

 

Uno dei motivi di questi cicli glaciali-interglaciali fu proposto nel 1941 dal matematico e climatologo Milutin Milankovic, le oscillazione dell’orbita terrestre modificano l’insolazione della superficie terrestre facendo entrare ed uscire la terra da un’epoca glaciale. La teoria fu più avanti verificata da diversi studi, secondo i quali la terra ha oggi una configurazione orbitale simile a quella di 21000 anni fa, cioè il periodo di massima espansione degli strati di ghiaccio. Quindi noi dovremmo essere oggi in piena epoca glaciale con tutta l’Europa del nord coperta di ghiaccio fin quasi a lambire le Alpi e gli Urali e invece ci troviamo in pieno periodo interglaciale.

Ma allora dov’è il ghiaccio?

«Le bolle d’aria intrappolate negli strati di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide ci danno informazioni sulla variazione dei gas serra in passato. L’analisi delle bolle mostra che i Iivelli di gas serra erano più bassi durante i periodi glaciali freddi e più alti durante i periodi interglaciale caldi: l’anidride carbonica variò all’incirca tra 180 e 240 ppm (parti per milione) e il metano all’incirca tra 350 e 700 ppb (parti per miliardo). I livelli di gas serra sono una parte essenziale dei circuiti autorinforzanti di feedback positivo che fanno entrare o uscire il sistema Terra da un’era glaciale.  […] i dati delle carote di ghiaccio coprono gli ultimi otto periodi interglaciali caldi. In ciascuno, i gas serra iniziano a livelli molto alti e poi diminuiscono lentamente. Studiandoli. Il paleoclimatologo Bill Ruddiman si è reso conto che l’attuale periodo interglaciale, l’Olocene, è differente: in questo caso, dopo diverse migliaia di anni di calo, circa 7000 anni fa hanno iniziato a risalire i livelli di anidride carbonica e circa 5000 anni fa anche quelli di metano. L idea di Ruddiman è che i primi agricoltori abbiano causato un’inversione dell’usuale andamento discendente dell’anidride carbonica atmosferica con la deforestazione a scopi agricoli e un’inversione dell’andamento discendente del metano atmosferico con la coltivazione del riso. Questa idea ha provocato molte controversie, però è stata messa alla prova più e più volte, come si dovrebbe fare con tutte le ipotesi promettenti, e ne è emersa ancora più forte. Altri dati raccolti nell’ultimo decennio hanno corroborato I’ipotesi che gli esseri umani abbiano influenzato clima della Terra migliaia di anni fa».

In definitiva dall’inizio dell’olocene 11700 anni fa la concentrazione di 280 ppm di CO2 avrebbe dovuto diminuire e dare inizio ad una nuova era glaciale. Ma la glaciazione non si è verificata a causa dei gas serra rilasciati dai primi agricoltori che hanno trasformato enormi superfici coperte di foreste, che immagazzinavano la CO2, in terreni agricoli a basso accumulo di CO2. E Lewis e Maslin concludono: «ln modo lento e impercettibile, e senza che gli esseri umani ne fossero consapevoli, il nuovo stile di vita emerso 10500 anni fa è riuscito a differire un nuovo evento di glaciazione, producendo un impatto ambientale realmente globale».

Con la comparsa e la diffusione dell’agricoltura il clima, invece di procedere verso la glaciazione, rimase mite per parecchie migliaia di anni, iniziarono i commerci, la popolazione mondiale dai circa 10 milioni inziali passa a 500 milioni, sorgono imperi e grandi città. 

Il supercontinente Pangea si separò 200 milioni di anni fa. I continenti che si formarono andarono alla deriva e costituiscono i continenti come li conosciamo oggi. Assieme ai continenti andarono alla deriva anche tutti i viventi che si trovavano su quelle terre. I viventi rimasti intrappolati su ciascuno dei continenti seguirono percorsi evolutivi diversi. Attraverso lo stretto di Bering, 15000 anni fa, gli uomini raggiunsero le attuali Americhe e nell’arco di 3000 anni si diffusero in tutto il continente. Nel 1492 Colombo sbarca in America. Da allora iniziò la navigazione intercontinentale. Quindi, dopo 12000 anni gli europei incontrano i nativi americani e dopo un secolo i nativi americani stimati in circa 60 milioni, decimati dalle malattie trasmesse dagli europei e dalla carestia si ridussero a circa 5 milioni. Crollarono i grandi imperi e con essi l’agricoltura. Enormi distese di terreni agricoli, nell’arco di circa un secolo, furono invase da foreste che immagazzinarono enormi quantità di anidride carbonica sottraendola all’atmosfera. I dati ricavati dai carotaggi dell’Antartide di quel periodo ci indicano una diminuzione dell’anidride carbonica iniziò dal 1520 fino al 1610 causando un raffreddamento del pianeta rilevabile nei depositi geologici di tutto il mondo.

In realtà come Lewis e Muslin evidenziano, intorno al 1350 iniziò la cosiddetta “piccola era glaciale” causata forse dalla variabilità interna fra le parti interagenti del sistema Terra. La diminuzione dell’anidride carbonica provocata dal crollo dell’agricoltura nelle Americhe causò un abbassamento della temperatura che si sommò e amplificò un fenomeno già in atto.

Con i viaggi intercontinentali iniziati nel Cinquecento oltre agli uomini e i loro patogeni viaggiarono anche piante e animali da e per le Americhe e i processi evolutivi di molte specie cambiarono radicalmente.

Limes

 

 Attraverso questi scambi, che Lewis e Muslin chiamano “Globalizzazione 1.0”, cambiò quindi non solo la storia umana ma anche la storia della Terra. L’accelerazione degli scambi commerciali dal Novecento ai nostri giorni, sempre secondo gli autori ha determinato una “Globalizzazione 2.0” riunificando di fatto, dopo 200 milioni di anni, i continenti in un nuova Pangea.

Un secolo più tardi, con l’avvento della rivoluzione industriale, aumentò il benessere e la popolazione raggiunse un miliardo all’inizio dell’ottocento e all’inizio del novecento era già 2 miliardi. Con il progredire della rivoluzione industriale e l’aumento della popolazione, oggi a 7,5 miliardi, aumenta il fabbisogno di energia. Inizia lo sfruttamento massiccio dei combustibili fossili che libera nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica che fa aumentare l’effetto serra e con esso la temperatura creando un periodo superintergalaciale.

In conclusione, il periodo interglaciale Olocene, iniziato 11700 anni fa avrebbe già essersi concluso e noi dovremmo essere sotto una coltre di ghiaccio. Tra 7000 e 5000 anni fa l’avvento dell’agricoltura, con la trasformazione delle foreste in aree agricole e l’allevamento (che producono Metano, un gas serra 20 volte più potente dell’anidride carbonica) furono immesse nell’atmosfera grandi quantità di gas serra che bloccò il percorso dell’Olocene stabilizzò la temperatura del pianeta dando origine ad un clima mite. L’avvento dell’era industriale con il massiccio l’utilizzo dei combustili e il conseguente aumento dei gas serra ha invertito il percorso dell’Olocene spingendolo fino ad una deglaciazione e dando origine a ciò che Lewis e Muslin chiamano periodo superinterglaciale. (Per inciso Lewis e Maslin scrivono: «Per quanto inverosimile nello scenario politico odierno, in teoria potremmo ridurre l’anidride carbonica atmosferica e poi mantenere un clima interglaciale costante, […]  la composizione chimica dell’atmosfera, l’acidità degli oceani, l’equilibrio energetico nelle nostre mani».)

E allora, per ritornare alla domanda iniziale: siamo in un epoca che possiamo definire Antropocene?

Stiamo sottoponendo la Terra a colossali sconvolgimenti ambientali, dal cambiamento del ciclo del carbonio alle microplastiche, dai residui dei metalli dovuti all’estrazione minerarie, ai residui dei manufatti. A tutto ciò bisogna aggiungere il full out radioattivo rilasciato dalle esplosioni nucleari che si sono succeduti dal 1945 fino al 1960, in particolare Carbonio 14, che durerà almeno per 50000 anni e Cesio 137e plutonio 239 e 240, che dureranno per milioni di anni. Il risultato delle attività umane si conserverà nel ghiaccio dei ghiacciai, e nei sedimenti marini e dopo qualche milione di anni nelle rocce sedimentarie. L’Homo sapiens ha dato origine ad una nuova economia globale e portato la Terra verso un nuova traiettoria evolutiva. I futuri geologi troveranno nelle rocce sedimentarie e nei fossili evidenti tracce della nostra presenza e sicuramente potranno concludere che qualcuno era già li prima di loro. La maggior parte degli scienziati ammette che stiamo vivendo in un’epoca dove le attività umane stanno sconvolgendo il nostro pianeta e come per Lewis e Maslin: «Possiamo concludere con certezza che viviamo nell’Antropocene».

Alcuni scienziati pur essendo sostenitori dell’Antropocene hanno sollevato dubbi su punti specifici. Per esempio nel 2002 su Scienze on line in: “Il ruolo dei gas serra nelle glaciazioni” viene messo in evidenza uno studio di alcuni scienziati dell’Università di Sheffield pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences. I ricercatori, guidati da David Beerling, hanno utilizzato le foglie fossili per determinare quanta anidride carbonica era presente nell'aria durante i vari periodi dell'era glaciale. Le foglie presentano sulla superficie dei pori, chiamati stomi, che si aprono e chiudono a seconda dei livelli di anidride carbonica. «Con grande sorpresa – commenta Beerling – abbiamo scoperto che i livelli di anidride carbonica non sono saliti in modo significativo quando le calotte polari iniziarono a sciogliersi. Questo suggerisce che un altro fattore, oltre al riscaldamento globale, fu responsabile della fine dell'era glaciale. Forse il Polo Sud si è semplicemente spostato verso un clima leggermente più caldo».

Nel 2012 è stato pubblicato sulla rivista “Science”, da Alan Cooper del South Australian Museum di Adelaide, in Australia, e colleghi uno studio su registrazioni paleoclimatiche. Secondo i dati raccolti da questi scienziati, 41.000 anni fa si verificò un’inversione del campo magnetico terrestre che provocò un profondo cambiamento della concentrazione e della circolazione dell'ozono in atmosfera, influendo sul clima globale in coincidenza con l'estinzione della megafauna e la scomparsa dei Neanderthal. Questi studi dimostrerebbero inoltre che l'intensità del campo magnetico terrestre è andata affievolendosi di circa il 9 per cento negli ultimi 170 anni, con un rapido movimento del polo nord magnetico, alimentando le ipotesi che una sua inversione sia imminente. Questa previsione ha suscitato molta preoccupazione, perché un nuovo evento d’inversione dei poli potrebbe causare una maggiore esposizione alle tempeste solari, con danni stimati in molti miliardi di dollari al giorno.

Ma l’Antropocene sta determinando la sesta estinzione di massa?

La maggior parte degli scienziati è d’accordo nel ritenere che l’Antropocene sta avendo un impatto devastante sulla Biosfera e molti parlano addirittura di sesta estinzione di massa, l’estinzione dell’Antropocene.

Si calcola che normalmente scompaiono almeno 10 specie l’anno per cause naturali. La causa di queste scomparse è da addebitarsi, alla deriva dei continenti, a variazioni climatiche locali, ad esplosioni di vulcani cioè ad una naturale scomparsa del loro habitat.

Secondo molti scienziati già da oltre un secolo il tasso di estinzioni è aumentato passando a circa 1000 specie estinte ogni anno. Responsabile di questa accelerazione di estinzioni di specie, definita da molti la sesta estinzione, sono le attività umane che modificano continuamente l’habitat”.

Anche se nei secoli scorsi diversi intellettuali avevano già messo in evidenza i guasti causati all’ambiente e agli animali dalle attività umane, il campanello di allarme a livello planetario è squillato per la prima volta intorno al 2000.

Come riportato da Le Scienze, “Una nuova estinzione di massa”. Sei grandi insiemi di dati riguardanti piante, uccelli e farfalle, raccolti in Gran Bretagna negli ultimi 20-40 anni, sono stati usati per confrontare il destino dei tre gruppi. Le informazioni sugli uccelli sono riassunte in due pubblicazioni ("The Atlas of Breedings Birds in Britain and ireland", per il periodo 1968-1972, e "The New Atlas of Breeding Birds of Britain and Ireland 1", per il periodo 1988-1991) curate dal British Trust for Ornithology (BTO). «Abbiamo eccellenti informazioni sui cambiamenti nella distribuzione e nel numero di uccelli in Gran Bretagna e in Irlanda, - spiega Jeremy Greenwood del BTO - e l'informazione globalmente è migliore di quella su ogni altro gruppo di animali o piante. L'analisi dei dati comprensivi su tutte le 201 specie di uccelli native in Gran Bretagna e Irlanda mostra che, nell'arco di vent'anni, la distribuzione del 56 per cento delle specie è diminuita, dato che va confrontato con un declino del 71 per cento delle specie di farfalle (nell'arco di vent'anni) e del 28 per cento delle specie di piante (nell'arco di quarant'anni). Il fatto che le perdite si osservino anche nelle farfalle e nelle piante, oltre che negli uccelli, dimostra come le attività umane presentino un impatto a 360 gradi sulla flora e sulla fauna selvatica». Lo studio, presentato in due articoli di Jeremy Thomas del Natural Environment Research Council (NERC) Centre for Ecology and Hydrology di Dorchester pubblicati sulla rivista "Science", sostiene l'ipotesi secondo cui il mondo sta sperimentando un'estinzione di massa paragonabile alle cinque grandi estinzioni precedenti.

Nel 2002 Mick Frogley, dell'Universitá del Sussex in “L’uomo più distruttivo delle glaciazioni” in Le Scienze 2002, ha esplorato un sito vicino al lago Ioannina, nella parte nordoccidentale della Grecia Frogley ha messo in evidenza come la deforestazione e il pascolo selvaggio degli ultimi 5000 anni hanno distrutto importanti specie di alberi che erano sopravvissute all'ultima era glaciale. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista "Science".  Dice Frogley «Durante l'era glaciale, piante e animali dei climi temperati si rifugiarono in aree protette, soprattutto nelle regioni meridionali dell'Europa, dove le condizioni climatiche erano meno estreme. Quando i ghiacci si ritirarono, queste specie poterono ricolonizzare le regioni settentrionali. Abbiamo analizzato i pollini fossili dei sedimenti del fondo del lago, possiamo vedere chiaramente quali specie di alberi furono capaci di sopravvivere a lunghi periodi glaciali in questa area, e quali sono state poi distrutte dall'uomo."

Nel 2017 Scienze on line in “Sull’orlo della sesta estinzione di massa” Due ecologi della Stanford University e dell'Università del Messico Paul R. Ehrligh e Gerardo Ceballos, In un articolo pubblicato su “Proceedings of the National Academy of Sciences” hanno presentato uno studio sulle estinzioni delle popolazioni dei mammiferi di medie e grandi dimensioni. «A causa della diversità e varietà degli habitat utilizzati dai mammiferi, essi possono servire come un indicatore di ciò che sta avvenendo globalmente agli animali e alle piante,» dice Ehrlich. I ricercatori hanno confrontato la distribuzione geografica storica di 177 specie di mammiferi tra il 1990 e il 2015 con la loro distribuzione attuale. I risultati hanno mostrato che queste specie hanno collettivamente perso più del 50 per cento del loro areale storico. Si è visto anche che le estinzioni delle popolazioni erano concentrate dove le attività umane sono più dense. Secondo gli autori, anche le stime più conservative che derivano dal loro studio indicano che circa il 2 per cento delle popolazioni mondiali di mammiferi è già stato perso. Il pericolo di un'estinzione di massa, forse peggiore di quelle del passato, potrebbe quindi essere reale.

 Si potrebbe continuare a lungo a elencare il numero impressionante di lavori pubblicati negli ultimi vent’anni che riguardano il declino o scomparsa di specie di animali, insetti e piante. Nella maggior parte dei casi questi lavori sono rimasti materia di confronto tra gli esperti. Alcuni anni fa è emerso che il rischio di estinzione coinvolgeva anche le api e altri impollinatori con conseguenze catastrofiche per l’approvvigionamento del nostro cibo.

 

Animali volanti
 

 In quella occasione, l’allarme per la sorte delle api si diffuse rapidamente con forte preoccupazione in tutto il mondo. In altre parole, non siamo molto coinvolti se alcune specie si estinguono, se non viene intaccata la nostra sopravvivenza.

Naturalmente alcuni scienziati non sono preoccupati della scomparsa di specie perché, come le grandi estinzioni del passato ci insegnano, le nicchie lasciate libere verranno colonizzate da altre specie. E inoltre, essi aggiungono, che diritto abbiamo noi di decidere quali specie devono sopravvivere e quali specie non hanno diritto di emergere.

Eppure, una riflessione si impone perché come scrive Massimo Sandal in “La malinconia del Mammut” 2019, quando è scomparso l’ultimo dinosauro non è scomparso solo un dinosauro ma è scomparso l’unico dinosauro dell’universo.

E allora possiamo concludere questo lungo cammino riguardante “la vita, le estinzioni di massa, l’Antropocene” con le parole di Lewis Dartnell tratte dal capitolo “Apocalisse” del saggio di Jim Al-Khalili in “Il futuro che verrà”: «Fare delle previsioni esatte sul ritmo del cambiamento climatico, e dei suoi effetti locali, è estremamente difficile, in presenza di un sistema complesso come quello costituito da atmosfera terrestre, oceani e masse continentali, con tutti i cicli di retroazione implicati. […] Il rischio è che il cambiamento climatico possa verificarsi così rapidamente che le nostre infrastrutture si rivelino incapaci di adattarsi, portando al collasso la civiltà moderna».

Ma questa è una storia che deve essere ancora scritta.

 

                                                                                  Giovanni Occhipinti

 

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