Post n.71
INTRODUZIONE
I batteri sono stati scoperti da Leeuwenhoek nel 1665. Questi invisibili organismi viventi sono stati dapprima dimenticati, poi riscoperti come patogeni e agenti della fermentazione e poi nuovamente dimenticati. Dalla fine del secolo scorso una valanga di nuove ricerche ha messo questi piccolissimi organismi al centro della biologia.
Questo libro parla di batteri e di vita ed è diviso in tre parti.
Nella prima parte si narra la storia della vita attraverso un immaginario viaggio nel lontano passato in cui l’autore si trova a dialogare con Bac, un rappresentante dei batteri, sull’origine della vita avvenuta 3,6 miliardi di anni fa e i loro primi 2 miliardi di anni e successivamente con Acritarco, appartenente alla famiglia degli eucarioti, che ci illustra la loro origine. Il dialogo prosegue con uno scioccante Pikaia, il nostro primo progenitore animale cordato conosciuto, che ci svela la nostra vera natura, quindi con Purgatorius, rappresentante dei mammiferi, sulla conquista della Terraferma da parte di piante e animali, e infine con il Maestro, Charles Darwin, sul sapiens e sull’albero della vita.
Nella seconda parte si espone un’ampia panoramica sulle incredibili capacità dei batteri evidenziate dagli studi degli ultimi decenni.
Nella terza parte, dopo un breve ritorno al passato, si prosegue con lo sguardo verso il futuro. Partendo dal principio antropico di Brandon Carter e il suggerimento di Hoimar von Ditfurth: noi forse “come anello di collegamento con una discendenza non biologica di tutt’altra specie”, si descrive un ideale scopo della vita sulla Terra in relazione al Cosmo e se c’è vita nella nostra Galassia. Infine, Darwin e l’autore sviluppano un dialogo sull’evoluzione del sapiens in questo periodo di grandi trasformazioni tecnologiche e il nostro atteggiamento verso le nuove tecnologie.
È un libro che parla di scienza ma romanzato e con qualche battuta umoristica, di facile lettura e comprensione e non necessita di conoscenze scientifiche acquisite. Esso è indirizzato a tutti coloro che sono interessati a conoscere le nostre lontane origini, come siamo arrivati fin qui e il nostro probabile futuro prossimo. I fatti scientificamente accertati vengono rigorosamente riportati. Dove la scienza non ha dato un suo giudizio definitivo i fatti vengono romanzati in una sorta di “licenza scientifica”.
1° CAPITOLO
Del mare in tempesta si sentiva il rumore delle onde, il suo colore plumbeo si confondeva con quello del cielo. Il vento piegava gli alberi e la pioggia sferzava la terra.
Mentre percorrevo l’ultimo cammino della vita, seduto al riparo sulla veranda con
lo sguardo rivolto verso la profondità dello spazio e del tempo mi ritrovai, con i piedi
nel fango, ai margini di una laguna su un pianeta la cui terra brulla era arsa dal sole.
In lontananza si scorgevano vulcani in eruzione e meteoriti piovere dal cielo che sollevavano nuvole di polvere. Mentre guardavo oltre l’orizzonte, una voce si levò dal fango:
«Tu non sei del nostro tempo!»
«Sì, e non stupirti se dico qualcosa che non dovrei conoscere. Io ti sento, ma c’è un rumore di fondo e percepisco solo parole e pensieri brevi, ormai siete molto diversi da noi».Volsi lo sguardo in direzione della voce.
«Non affannarti, non puoi vedermi».
«Infatti, non ti vedo, ma non capisco ti sento senza sentirti!»
«Non tutte le parole hanno suoni».
«Allora anche tu mi senti?»
«Diversi da noi! Ma chi sei, hai un nome?»
«Sono un tuo lontano antenato. Non ho un nome, ma se vuoi puoi chiamarmi Bac è un’abbreviazione di Bacteria, mi è sempre piaciuto avere un nome. Sento che sei venuto nel nostro tempo per conoscere la storia di tutte le storie. È una storia lunga, io te ne posso raccontare solo una parte, siediti su quel sasso e ascolta».
Mi sedetti e Bac iniziò:
«La storia che ti racconto mi è stata raccontata dai miei nonni, a cui è stata raccontata dai loro nonni, che l’hanno sentita dai loro nonni e questi dai loro nonni e così di seguito fin nella notte dei tempi. Vi fu un tempo in cui il nostro mondo era deserto, solo terra, acqua, aria e fuoco e il giorno era breve. Non sappiamo esattamente come e perché ma a un certo punto, in quel tempo lontano, siamo comparsi noi piccoli organismi viventi e con noi ebbe origine la vita sulla Terra. Sento che ci avete chiamato batteri o microbi, ma quest’ultimo termine è generico e noi utilizzeremo la parola batteri. Per lungo tempo ci avete considerato insignificanti, ma noi abbiamo governato e plasmato il mondo e ancora oggi siamo la vita sulla Terra, non esiste una vita oltre i batteri. Siamo venuti dal fango con alcune differenze nella digestione e nella riproduzione, e ci siamo trovati costituiti da una guaina esterna con all’interno un liquido denso che ci permetteva di vivere e riprodurci».
Approfittando di una pausa dissi:«Secondo la nostra misura del tempo la vostra comparsa è avvenuta 3,6 miliardi di anni fa e a quell’epoca la durata del giorno era di circa otto ore. In merito alla vostra comparsa deduco che la vostra origine non è stato un evento casuale e non avete avuto origine nell’acqua».
«No, non è stato un evento casuale e non abbiamo avuto origine nell’acqua, siamo venuti dal fango. Non siamo comparsi tutti nello stesso tempo e alcuni di noi, già formati, hanno compreso e raccontato come si sono formati altri batteri. Alcune sostanze che piovevano dal cielo…».
Io intervenni e continuai:
«Alcune sostanze che piovevano dal cielo riuscirono ad attaccarsi ai componenti del fango e diedero origine a nuove sostanze. Queste ultime riparate all’interno di cavità, di nicchie, si aggregarono e scelsero, dall’umidità circostante, solo alcune sostanze mentre altre venivano scartate. L’insieme fu racchiuso in una guaina che noi chiamiamo membrana, il tutto fu da noi chiamato cellula. Formata la cellula prendeva vita il batterio».
«Quindi avete scoperto cosa pioveva dal cielo e come si sono assemblati?»
«Sì, sono stati scoperti, sono stati chiamati amminoacidi e i loro assemblaggi sono stati chiamati proteine. Abbiamo anche scoperto, sperimentalmente, un possibile processo di selezione degli amminoacidi da parte dei componenti del fango. In “Chimica prebiotica e origine della vita” Nuova Edizione 2019, abbiamo anche descritto in che modo possano essersi formate e aggregate le proteine e come abbiano potuto scegliere e legare le sostanze contenute nell’umidità del fango per formare nuove sostanze. Queste nuove sostanze necessarie per la ricostruzione delle proteine danneggiate e necessarie per la riproduzione sono state chiamate, in seguito, Genoma. Abbiamo anche illustrato come, seguendo le forze della natura, possano essersi formate le prime cellule. Ma quasi tutti pensano ancora a una vostra origine nel mare e l’hanno chiamata teoria del Brodo primordiale, alcuni identificano il Brodo primordiale con le bocche idrotermali delle profondità oceaniche, ma ne ignorano meccanismi».
«Ma se credono ancora nel Brodo primordiale in questa esposizione, quando tu dici: abbiamo anche scoperto, abbiamo descritto, in verità saresti solo tu».
Non risposi, Bac comprese il mio silenzio e disse:
«Ma se non ti credono, come avremmo avuto origine?»
«Si immagina che a comparire dapprima siano state alcune particelle di genoma, cioè come ho già detto, la sostanza necessaria per la costruzione delle proteine e la riproduzione. Queste particelle, che noi chiamiamo molecole, avrebbero replicato copie di sé stesse ma con qualche errore ogni tanto. Replica, replica e replica fino a quando una di queste copie riuscì a replicarsi più velocemente delle altre e più avanti riuscì ad assemblare gli amminoacidi per formare le proteine, e dopo il tutto sarebbe stato racchiuso in una membrana. E così che avrebbe avuto inizio la vita, è una teoria che chiamano: Mondo a RNA».
«Ma è nota la formazione dei componenti del genoma e sanno come questi componenti hanno formato il genoma? E hanno spiegato come questo genoma ha assemblato gli amminoacidi per formare le proteine?»
«I componenti sono stati ottenuti da due scienziati Ernesto Di Mauro e Raffaele Saladino in presenza di minerali e descritti in “Dal Big Bang alla cellula madre” 2016, ma la formazione del genoma e delle proteine non sono note».
«E dove sarebbe avvenuto tutto questo?»
«Di Mauro e Saladino, come ho già detto, hanno ottenuto i componenti in presenza di argilla e quindi probabilmente sulla Terraferma ma nella teoria tradizionale sarebbe avvenuto nel Brodo primordiale, però negli ultimi tempi qualcuno pensa che qualche molecola complessa sia arrivata dallo spazio, cioè da qualche parte fuori del nostro mondo».
«Il mare non aggrega, disperde, e poi per entrare nel mare prima bisogna imparare a nuotare! Soltanto dopo la nostra comparsa, gradualmente, abbiamo capito che potevamo occupare solo i bassi fondali di mari e lagune. E poi lo spazio, non so nemmeno cosa sia».
E Bac continuò:
«Appena siamo comparsi abbiamo subito capito che la Terra era immersa nel caos: tempeste imponenti ed enormi maree inondavano immense regioni della Terraferma, i cieli di un tenebroso grigio piombo erano oscurati da tempeste di sabbia. Tremende esplosioni da montagne che eruttavano fiumi di fuoco formavano nuvole di polveri e sottili detriti rocciosi venivano sollevati da sassi infuocati che piombavano dal cielo. Dovevamo rimanere sempre nascosti al buio, in terreni fangosi o ancorati al fondo dei mari e delle lagune, perché qualcosa di letale colpiva la superficie della Terra e penetrava nelle acque fino a una certa profondità. Qualche giovane imprudente, ogni tanto, spinto dalla curiosità, disobbedendo alle raccomandazioni degli anziani, usciva dal buio del fango o risaliva le acque e veniva ucciso all’istante. Per fronteggiare questo ambiente ostile e per fronteggiare il caos abbiamo imparato a reagire agli stimoli, o come direste voi siamo stati capaci di manifestazioni nervose, e a elaborare i cambiamenti ambientali entro schemi del tipo se… allora a cui avete dato il nome di Mente; essa ci permette di prendere coscienza del mondo che ci circonda e ci ha permesso di sopravvivere per miliardi di anni».
Fece una lunga pausa come in attesa di un mio pensiero e dissi:
«Bac, io penso che nessun organismo vivente possa sopravvivere se non è consapevole del mondo che lo circonda e la consapevolezza può emergere solo dall’attività della mente. La maggior parte dei ricercatori pensa che per elaborare schemi del tipo se… allora sono necessarie cellule specializzate collegate tra di loro, cioè un cervello e che gli stimoli nei batteri sono reazioni meccaniche. Però James Lovelock, nel suo saggio “Gaia” 1981, aveva già suggerito che: “A livello cellulare […] si deve riconoscere che anche per un processo automatico una qualche forma di intelligenza è necessaria per interpretare correttamente l’informazione ricevuta dall’ambiente”. Ma le sue parole non hanno avuto nessun seguito. Sì, io penso che non possa esistere un organismo vivente che non abbia la percezione del mondo che lo circonda e quindi che non sia in possesso della mente, è una questione di sopravvivenza. Certo, a ognuno la sua mente e a ognuno la propria consapevolezza e ho anche sostenuto che, secondo me, la mente nei batteri è posizionata nella membrana».
«Sì, è posizionata nella membrana. Sappiamo che quando in alcuni batteri la membrana viene lesionata, questi batteri entrano in confusione e quando viene riparata tornano alla normalità».
«Allora forse è una funzione svolta dalle proteine della membrana!»
«Immersi nella membrana noi abbiamo queste sostanze, chiamate proteine, che hanno un’appendice verso l’esterno e un’altra verso l’interno. Quando l’ambiente cambia, sentiamo che le appendici esterne si orientano nella stessa direzione, tramettono questo orientamento alle appendici interne e noi ci muoviamo in una certa direzione. Non sappiamo però come fanno le appendici a orientarsi tutti nella stessa direzione».
«Tutto ciò che tu hai detto io l’ho descritto con le nostre parole nel mio saggio (opera citata), mente e coscienza sono fondamentalmente attività di tipo elettromagnetico».
«E come lo hai detto con le parole del tuo tempo».
«Io non ho capito niente, nel vostro mondo siete complicati, ma se va bene a voi. Ma dimmi come hai fatto a scoprire che noi abbiamo una mente?»
«Ma non sono stato io. Quelli che nel nostro tempo si occupano di scoprire il mondo si chiamano scienziati. Alcuni di questi si occupano dello studio dei batteri. Hanno iniziato Julius Adler in “La chemiosensibità dei batteri” Le Scienze 1976, e D. E. Koshland in “Conformazione delle proteine e controllo biologico” Le Scienze quaderni 1988. Altri scienziati fino ai nostri giorni hanno scoperto che siete capaci di: percepire l’ambiente, elaborare informazioni, risolvere problemi, comunicare, cooperare e siete capaci di comportamenti sociali; tutte attitudini tipiche della nostra mente. Questi e altri studiosi si sono chiesti come mai i batteri posseggono tutte queste capacità pur non avendo il cervello, perché nel nostro tempo si pensa, come ho già detto, che la mente per apparire necessita di un cervello. Ma, essendo queste attitudini tipiche della nostra mente io ho concluso che, nello scenario della vita, la mente appare senza che ci sia bisogno di un cervello, che essa si trova nella membrana e ho descritto in che modo le proteine della membrana danno origine alla mente».
Dopo un po’ Bac continuò:
«Malgrado le difficoltà ambientali erano comunque tempi felici. Il nutrimento ci arrivava con la pioggia e non avevamo problemi di sopravvivenza. Vivevamo in colonie avvolte da mucillagine per difenderci poiché la pioggia, oltre al nutrimento, portava con sé anche sostanze dannose. All’interno della mucillagine ci siamo divisi i compiti. Alcuni batteri erano addetti a bloccare le sostanze velenose che riuscivano a superare la barriera. Altri raccoglievano il cibo per nutrirsi e rilasciavano delle sostanze che servivano da nutrimento per la colonia, mentre altri avevano il compito di smaltire i rifiuti. Abbiamo anche imparato a comunicare non solo all’interno della colonia ma anche con altre colonie e abbiamo sviluppato appendici filiformi per muoverci. Quando la colonia diventava troppo numerosa, alcuni di noi si allontanavano per formare nuove colonie e raggiunto un numero sufficiente venivano rilasciate, da alcuni batteri, alcune sostanze che indicavano ai componenti di dare origine alla mucillagine. Le sostanze rilasciate, che per generazioni abbiamo perfezionato e incrementato secondo le necessità, erano le nostre parole. Questo sistema di comunicazione, che nel tuo tempo chiamate quorum sensing, ci permetteva di conoscere funzione e localizzazione di ciascuno di noi all’interno della colonia, di comunicare e collaborare anche con altre colonie e convivere felicemente. Ognuno prendeva dalla pioggia il nutrimento necessario e quando si aveva difficoltà con la digestione o con l’ambiente, che spesso si modificava, ci scambiavamo le informazioni necessarie. Attraverso lo scambio di informazioni, che sento avete denominato trasferimento genico orizzontale o laterale, lentamente siamo cambiati, abbiamo eliminato tutte le diversità e la vita sul pianeta è diventata unitaria».
E io:
«I cambiamenti che avvengono negli organismi viventi noi li chiamiamo: teoria dell’evoluzione. Secondo questa teoria, che ha ricevuto molte conferme, gli organismi viventi presentano delle variazioni che vengono trasferiti nel tempo alla discendenza. Sopravvivono gli individui che presentano la variazione più adatta nell’ambiente in cui essi vivono. Il trasferimento genico orizzontale non è contemplato in questa teoria perché all’epoca era completamente sconosciuto, esso è stato scoperto solo da poco tempo e molti scienziati hanno fatto molta fatica ad accettarlo. Quindi tu mi confermi che è stato lo scambio di informazioni, cioè il trasferimento genico orizzontale, che ha reso la vita unitaria? In tanti nel nostro mondo hanno accettato questa idea. Alcuni però pensano che, dopo che la vita si è originata, sia comparso un batterio, chiamato Progenitore universale, da cui avrebbero preso origine tutti i futuri organismi viventi. Questi pensano anche che l’unitarietà della vita che noi identifichiamo con il Codice genetico, cioè il meccanismo che consente la costruzione delle proteine, sia stato un accidente congelato, un evento casuale. Altri identificano il progenitore universale come una singola colonia di batteri».
«Voi non potete immaginare le terribili condizioni in cui si trovava il nostro pianeta quando noi siamo apparsi. Un singolo batterio sarebbe stato sottoposto a infinite vicissitudini dalle quali sarebbe stato impossibile sopravvivere, e l’origine del codice genetico non è stato un accidente congelato. Vivevamo tutti in colonie, ognuna si è trovata con un proprio rudimentale genoma e senza lo scambio di informazioni ogni colonia avrebbe sviluppato un proprio meccanismo di riproduzione, di digestione e di riparazione delle parti danneggiate, cioè un proprio genoma e un proprio codice genetico. Ogni colonia sarebbe stata vincolata al proprio genoma e al proprio codice genetico e non avrebbe potuto utilizzare il nutrimento prodotto da altre colonie. E poi, una singola colonia, intere popolazioni sono state decimate a causa delle terribili condizioni ambientali, senza lo scambio di informazioni la vita sarebbe andata verso l’estinzione. E invece, essendo le colonie a contatto con altre colonie, grazie allo scambio di informazioni, abbiamo elaborato un codice genetico universale che è stato trasmesso alla discendenza, la vita è diventata unitaria e noi, in tutto il mondo, diventammo un’unica comunità e abbiamo potuto sopravvivere».
Fece una pausa e continuò:
«Il nutrimento era sempre abbondante e le popolazioni andavano aumentando sempre di più, anche perché avevamo un sistema semplice e rapido per riprodurci che oggi chiamate scissione binaria: si costruiva una copia di tutti i costituenti interni alla cellula, si separavano le due copie, la cellula si divideva in due cellule identiche ciascuna contenente una copia dei costituenti. Queste due cellule, in seguito, potevano dare origine a quattro cellule e queste a otto e così via; con il sufficiente nutrimento un singolo batterio poteva dare origine, dall’alba al tramonto, a una enorme quantità di copie di sé stesso. Questa capacità di riproduzione l’abbiamo conservata per tutto il tempo a venire perché è rimasta impressa nel nostro genoma. Eravamo però dipendenti dai nutrienti che arrivavano con la pioggia. Qualcuno, in verità, denunciò il rischio di un sovrappopolamento e mise in guardia che ben presto il cibo non sarebbe bastato. L’abbondanza di nutrimento, in quel tempo, ci aveva tutti esaltati e abbiamo continuato a riprodurci sempre di più».
«Ma se c’era questo rischio perché continuare a riprodursi così tanto, infine voi non conoscete la morte», chiesi:
«Già, sento che voi dopo un certo tempo morite. È vero noi non conosciamo la morte ma conosciamo lo sterminio. Le condizioni ambientali sulla Terra cambiavano spesso, in modo repentino, e un numero enorme di popolazioni veniva spazzato via. Dovevamo essere in tanti per sopravvivere. La sopravvivenza è il principale scopo di ogni organismo vivente, essa è un istinto contenuto nei costituenti della cellula fin dalle origini e per sopravvivere occorre riprodursi. Un batterio da solo non riesce a sopravvivere in presenza di una catastrofe. Se invece dà origine a tante e tante copie di sé stesso può sperare che almeno una copia sopravviva».
Intervenni e dissi:«È solo apparenza, le regole della natura non possono essere stravolte. Nel vostro gruppo gli individui decidono quanti figli avere all’interno dell’ambiente in cui vivono e quindi alla fine è l’ambiente a decidere. Come lo diresti tu con le vostre parole?»
«La discendenza è genetica, il numero dei discendenti è epigenetico».
Dopo un attimo di silenzio Bac riprese il racconto degli antenati:
«Quanto tempo è durata questa abbondanza di nutrimento non lo sappiamo, noi non avevamo una misura del tempo, ma di sicuro un tempo non molto lungo. A un certo punto, questa manna che cadeva dal cielo iniziò prima a diminuire e più avanti cessò definitivamente e fu un periodo di grande carestia. Eravamo cresciuti di numero così a dismisura che siamo rimasti senza nutrimento.
Il successo della vita causa del rischio della propria estinzione!
Prima le colonie e poi i singoli batteri hanno dovuto affrettarsi per accaparrarsi il nutrimento residuo e infine anche a lottare. La comunità mondiale e persino le colonie si disgregarono, apparve il cannibalismo. Alcune colonie riuscirono però a non disgregarsi perché inventarono un sistema in seguito chiamato apoptosi. I batteri più indeboliti dalla mancanza di cibo, per non essere di peso a tutta la colonia, attivavano un meccanismo di autodistruzione; in poche parole, si suicidavano per diventare fonte di cibo per i loro compagni, e l’informazione fu trasmessa alla discendenza. Alcuni piccoli batteri avevano difficoltà a procurarsi il nutrimento ma riuscirono a entrare nelle cellule di batteri più grandi e a vivere da parassiti. Tutti i batteri si divisero in prede, predatori e parassiti e tale divisione rimase per tutto il tempo a venire. Comparvero anche minuscole particelle, chiamate Virus, che non avevano nessuna membrana protettiva, non erano cellule e non facevano parte della comunità dei batteri, erano costituiti del solo apparato riproduttivo ma per riprodursi dovevano necessariamente servirsi delle cellule dei batteri. I virus erano residui di cellule in via di formazione. Alcuni virus coabitavano con l’ospite, ma altri erano veramente ingrati e cattivi, si riproducevano a dismisura all’interno della cellula fino a far morire l’ospite».
E io aggiunsi:
«Nel nostro tempo molti pensano che i Virus fossero cellule che avrebbero perso la membrana e parte delle sostanze contenute nella cellula».
«I nostri nonni ci hanno raccontato una storia diversa. I virus erano cellule in formazione che, per la carestia, rimasero costituiti a metà e senza membrana e tentarono di appropriarsi delle cellule dei batteri, non ci sono riusciti ma hanno trovato il meccanismo per riprodursi all’interno delle loro cellule».
«Ma», aggiunsi, «se i virus si riproducono è per sopravvivere, allora la sopravvivenza non è una prerogativa della cellula o sì?»
«Non pormi domande a cui io non so rispondere. Io so soltanto che i virus non mangiano e se non mangiano non sono viventi come noi, sono particelle, e se non sono viventi a cosa devono sopravvivere».
E Bac continuò:
«In questa guerra di tutti contro tutti stavamo andando verso l’estinzione. Fortunatamente alcuni di noi, spinti dall’istinto alla sopravvivenza per la scarsità di nutrimento, compresero che bisognava fare ogni sforzo per prepararsi il nutrimento da sé, e ci riuscirono, vennero chiamati autotrofi: solfobatteri, metanogeni e tanti altri. Alcuni autotrofi si sono estinti, ma non molto tempo dopo tra gli autotrofi comparve un gruppo di grande successo: i Cianobatteri. Mentre tutti gli altri autotrofi, per produrre sostanze nutrienti, utilizzavano sostanze reperibili solo in alcuni luoghi del pianeta, i cianobatteri utilizzavano l’acqua presente in tutto il pianeta, la luce solare e una sostanza che si trova nell’aria, e in parte sciolta nelle acque, che avete chiamata anidride carbonica. Questi batteri, chiamati anche batteri fotosintetici, riuscivano a vivere quasi esposti alla luce del sole perché erano ben difesi dalla loro mucillagine. I cianobatteri vivevano principalmente nel mare, in prossimità delle coste, su strutture solide a forma di colonne che arrivavano fin quasi la superficie dell’acqua e che loro stessi avevano contribuito a costruire. Negli strati sottostanti agli autotrofi vivevano comunità di batteri che si nutrivano di sostanze rilasciate dai cianobatteri, di materiale organico abbandonato e di batteri morti. Quella dei cianobatteri fu un’innovazione di portata eccezionale perché fu la salvezza di chi il nutrimento non riusciva a produrselo e viveva delle sostanze che essi rilasciavano. A dire il vero non tutti potevano avvicinarsi ai cianobatteri perché, oltre al nutrimento, essi rilasciavano una sostanza letale per molti di noi, da voi denominata ossigeno. Però ci accorgemmo che, quando alcune sabbie venivano trasportate dai fiumi nel mare e nelle lagune, il poco ossigeno contenuto nell’acqua scompariva. Ne deducemmo che esso era assorbito dalle sabbie e per questo la sua concentrazione nelle acque non fu, a quel tempo, letale».
Intervenni e dissi:
«Secondo uno scienziato di nome Schopf queste sabbie, che contenevano un certo tipo di minerale da noi chiamato ferro ferroso, vennero riversate dalle acque dei fiumi negli oceani e nelle lagune in grandi quantità e per un lungo periodo di tempo. L’ossigeno prodotto dai cianobatteri venne bloccato da questo minerale ferroso e secondo la nostra terminologia è stato ossidato a ferrico. Nel nostro tempo è stato anche scoperto che in una parte del mondo chiamata Australia esistono cianobatteri che vivono come tu racconti. Questi batteri si trovano su strutture solide a forma di colonne che abbiamo chiamato stromatoliti. Sono stati scoperti anche stromatoliti antichissimi. Quindi tu mi confermi che ha ragione William Schopf, i cianobatteri sono antichissimi e comparsi durante la grande carestia».
«Se i cianobatteri non fossero comparsi in quel tempo la vita, dipendente da quei pochi batteri che utilizzavano sostanze reperibili solo in alcuni luoghi del pianeta, avrebbe rischiato di estinguersi. Inoltre, nelle acque e nell’aria non ci sarebbe stato ossigeno sufficiente per il futuro sviluppo della vita. Però adesso mi incuriosisci, cos’altro ha scoperto questo Schopf?»
«Un’alluvione deve aver trascinato una grande quantità di fango che ha sepolto alcuni batteri in un luogo, sempre in Australia, oggi chiamato Apex. Il fango con il tempo è diventato roccia e ha conservato le figure dei tuoi antenati che noi chiamiamo fossili. J. W. Schopf li ha trovati, li ha descritti in un libro: “La culla della vita” 2003 e li ha chiamati: i fossili di Apex».
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| Fig.3 J.W.Schopf |
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